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La diciassettesima Conferenza delle Parti apertasi ieri a Durban, in Sud Africa, è l’ultimo appuntamento utile affinché la comunità internazionale giunga ad un accordo post-Kyoto che rinnovi e, auspicabilmente, rafforzi gli impegni presi per contrastare il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici. Un incontro che pare essere fallito già prima del suo inizio. In questo articolo ho cercato di spiegare le contingenze storiche e le ragioni che hanno determinato questo apparente fallimento e cosa esso significhi concretamente per tutti noi.

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A partire dagli anni Sessanta del Novecento, la tutela ambientale ha assunto un peso sempre maggiore nella considerazione non solo dei singoli cittadini ma anche di tutta la comunità internazionale. Già nel 1970,  40 milioni di cittadini americani hanno manifestato la propria sensibilità su questo tema aderendo al primo Earth Day della storia americana.

La maggior parte dei paesi industrializzati e buona parte dei paesi in via di sviluppo si sono dotati di un corpus di leggi avente quale scopo, almeno formalmente, quello di contenere l’impatto ambientale delle proprie industrie. Anche negli Stati Uniti, nonostante il governo federale abbia deciso di non ratificare il Protocollo di Kyoto, sono state attuate a livello statale numerose iniziative con lo scopo di limitare le emissioni di gas serra nell’atmosfera. Nel nord-est del Paese ad esempio, otto stati (Maine, New Hampshire, Vermont, Connecticut, New York, New Jersey, Delaware, Massachussetts)  hanno dato vita a un’iniziativa regionale (Regional Greenhouse Gas Initiative, cd. Rggi) avente come obiettivo la realizzazione di un sistema di limitazione e vendita di emissioni di biossido di carbonio a livello statale e interstatale. Il messaggio che questi stati hanno voluto inviare al governo federale è che l’America può benissimo fare la sua parte nella lotta contro il surriscaldamento globale al pari degli stati europei.

Ma nonostante queste, seppur importanti, iniziative locali, la fissazione a livello federale di un regime limitativo delle emissioni di gas serra in America, è non solo auspicabile ma indispensabile perché la lotta ai cambiamenti climatici possa avere un qualche esito positivo. A questo assunto concorrono due ragioni. Prima di tutto gli Stati Uniti sono uno dei paesi più inquinanti del mondo, insieme a Russia e Cina. In secondo luogo l’attuazione di regole più severe contro l’inquinamento atmosferico prodotto dalle industrie statunitensi, avrebbe non solo un effetto ambientale benefico sul clima, ma anche un effetto politico positivo sulle trattative a livello internazionale contro il riscaldamento globale, che negli ultimi anni hanno raggiunto una difficile fase di stallo.

Il Protocollo di Kyoto è prossimo alla sua scadenza (31 dicembre 2012). Affinché non si venga a creare un vuoto legislativo è necessario che la comunità internazionale trovi un nuovo accordo in tempi brevi.

Molti si aspettavano che un siffatto accordo fosse discusso e firmato alla Conferenza delle Parti tenutasi a Copenaghen nel 2005 (COP-15). Il summit, vista la straordinaria copertura mediatica, ha avuto il merito di riaccendere il dibattito sul tema riscaldamento globale,  ma purtroppo da esso non è scaturito nessun trattato giuridicamente vincolante sulle orme del Protocollo di Kyoto.

A differenza del summit di Copenaghen, la Conferenza delle Parti tenutasi a Cancun nel 2009 (COP-16) ha dato vita ad importanti iniziative.  È stato ad esempio istituito un fondo continuativo per aiutare le nazioni più povere a rendere più verdi i propri sistemi produttivi, il Green Climate Fund, gestito direttamente dalla Banca Mondiale, ed è stato introdotto un protocollo per arginare la deforestazione nei paesi in via di sviluppo (il REDD) oltre ad un Centro per la tecnologia climatica, avente lo scopo di studiare e proporre soluzioni utili a  ridurre le emissioni. Ma nonostante questi importanti strumenti, ancora una volta, nessun accordo è stato raggiunto,  soprattutto per quanto riguarda il proseguimento del Protocollo di Kyoto dopo il 2012.

Ieri, lunedì 28 novembre 2011 si è aperta a Durban, in Sud Africa, la diciassettesima Conferenza delle Parti.  Questo è l’ultimo incontro in cui la comunità internazionale può sperare di trovare un accordo vincolante che rinnovi e, auspicabilmente, rafforzi gli impegni di Kyoto. Se ciò non avverrà si creerà a livello internazionale quel vuoto attuativo che ho sopra citato. Ma anche tra chi si dichiara pronto a firmare un nuovo protocollo, si cominciano purtroppo a registrare le prime divisioni. Il ministro inglese per l’ambiente, Chris Huhne, ha messo ad esempio in guardia quei governi europei che sarebbero intenzionati a siglare una versione morbida del precedente Kyoto (i cui dettami sarebbero non vincolanti, e di conseguenza inutili), annunciando che l’iter di approvazione sarà lungo. Si parla di negoziati che si protrarranno fino al 2015, per una possibile firma congiunta entro il 2016. Perché poi il protocollo entri in vigore, bisognerebbe aspettare fino al 2020.

L’approvazione da parte del Congresso americano dell’American Clean Energy and Security Act avrebbe permesso agli Stati Uniti di dare slancio ai negoziati internazionali e di dar seguito al dichiarato intento del Presidente Obama di porre l’America alla guida della lotta contro i cambiamenti climatici. Al contrario gli Stati Uniti, oltre a non avere approvato il climate bill, hanno dichiarato che la loro posizione rimane quella assunta in occasione della conferenza di Copenaghen: non sono disposti a ratificare nessun accordo che preveda limitazioni giuridicamente vincolanti delle emissioni di gas serra. La posizione degli Stati Uniti, unitamente a quella di Giappone Canada e Russia che hanno già annunciato di non voler reiterare il protocollo, rischia di minare quella di chi, come l’ Unione Europea, sembra invece intenzionato a rinnovare gli impegni di Kyoto.

La fase di stallo, giunta al suo culmine nel 2005, sembra quindi che si protrarrà ancora per molto, a meno che gli Stati Uniti in primis, non operino un radicale cambio di rotta, dimostrandosi disponibili ad un accordo vincolante e inducendo di conseguenza le altre nazioni a fare lo stesso. Purtroppo la possibilità che una situazione del genere si ponga in essere è altamente inverosimile.

Con Stati Uniti, Russia, Giappone e Canada contrari, Cina e India disponibili ad un accordo su base volontaria e non vincolante, e Unione Europea divisa, i negoziati di Durban sembrano quindi essere falliti già in partenza.

Il problema principale, ovviamente, è economico. In piena crisi finanziaria e con rischi di una nuova recessione all’orizzonte, i governi non sono disposti a impegnare risorse per la riduzione delle emissioni, nemmeno a costringere le proprie industrie ad affrontare i costi che comporta emettere meno gas serra. Che gli Stati Uniti non aderiscano a un accordo post-Kyoto non stupisce, nonostante le promesse del presidente Obama di cambiare passo sul tema del clima. Ma il ritiro dal regime di Kyoto di Giappone e Canada, in passato difensori del Protocollo, è una novità. Ancora più sorprendente è quanto ha dichiarato nei giorni scorsi Jos Delbeke, direttore generale della Climate Action della Ue. “Gli europei – ha detto – si pronunceranno politicamente a favore del Protocollo di Kyoto” ma non si legheranno ad alcun nuovo patto a meno che “altre parti non entrino nel club”. L’Europa, insomma, non vuole essere la sola a tagliare le emissioni e a gravare di costi le sue imprese rendendole meno competitive in una fase come questa. Secondo stime della Commissione di Bruxelles, l’obiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni di gas serra del 20% rispetto al livello del 1990 già costa alla Ue quasi 50 miliardi l’anno. In più, come ho scritto nel capitolo 3.4, vi è la preoccupazione che alcuni grandi gruppi industriali delocalizzino le proprie produzioni se i costi continueranno a crescere.

La crisi finanziaria rischia quindi non solo di bloccare, ma di far retrocedere molti degli sforzi che si stavano facendo per ridurre le emissioni di gas serra.

Nel frattempo, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) ed il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale, ha pubblicato le prime anticipazioni di un dettagliatissimo rapporto che raccoglie i dati prodotti negli ultimi anni da più di 220 scienziati. Il quadro ambientale che emerge è preoccupante: alluvioni di portata inedita e tempeste improvvise alternate a periodi di prolungata siccità. Uno scenario confermato anche da un’altra analisi condotta da un gruppo di scienziati californiani – Berkeley Earth Surface Temperature – che ha analizzato i dati di un miliardo e seicento milioni di rapporti sulle temperature terrestri e ha stabilito, sembra in misura piuttosto solida, che negli scorsi cinquant’anni la superficie del pianeta ha visto aumentare la sua temperatura di 0,911 gradi centigradi.

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