Occupy Wall Strett. La terza settimana

Il movimento Occupy Wall Street è entrato nella sua terza settimana di protesta. Le manifestazioni si sono allargate a Denver, Chicago e Los Angeles.

Tutto ha inizio il 17 settembre quando il gruppo Anonymous e il movimento Adbusters convocano una manifestazione intorno alla Borsa di New York a Wall Street per protestare contro lo strapotere delle istituzioni finanziarie americane. Un centinaio di persone vi prendono parte organizzandosi in un movimento autogestito. Viene allestito un dormitorio dove i partecipanti possono stendere i propri sacco a pelo (le tende sono vietate per legge), una mensa comune, una piccola libreria e un punto di ritrovo per le assemblee quotidiane dove per alzata di mano si votano le strategie della protesta.

A differenza del movimento di protesta in Israele, durato più di sette settimane, dove più di 400.000 giovani sono scesi in piazza per protestare contro il caro vita e l’insostenibile situazione di stallo dei negoziati con i palestinesi, le rivendicazioni del movimento Occupy Wall Strett non sono ben definite, o meglio, non vi è un’agenda programmatica precisa, così come non vi è una vera leadership. La protesta si inserisce spontaneamente in una serie di contesti congiunturali, come la crisi economica e il diffuso senso di ingiustizia che pervade il popolo americano. “We are the 99%” è uno degli slogan maggiormente recitati dai dimostranti per rimarcare l’insostenibile divario sociale esistente tra i superricchi americani, che costituiscono l’1% della popolazione, e il restante 99%.

Per quanto riguarda i numeri, non si può parlare di una grande e rilevante protesta anche se non tutti condividono questa analisi. Secondo l’ex consigliere del presidente Obama, Anthony K. “Van“ Jones, membro di spicco della sinistra statunitense, questo infatti è l’inizio dell’autunno caldo americano:

“State ben legati alla vostre sedie, a ottobre arriva un punto di svolta. I progressisti torneranno alla carica. C’è una generazione di americani che si stanno guardando attorno e si dicono: ‘Che significa per me il sogno americano?’ Così hanno cominciando a muoversi, per avere indietro il loro futuro e salvare la middle class di questo Paese”.

E non è l’unico. George Soros, uno degli imprenditori più ricchi del mondo, ha dichiarato di comprendere le ragioni dei manifestanti, mentre il celebre linguista e filosofo Noam Chomsky, oggi professore emerito nel prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT), ha definito la protesta “coraggiosa e onorevole“, in grado di guidare ”la societa’ attuale su un sentiero piu’ sano”.

Dopo Spagna, Grecia e Israele ecco quindi che la protesta si estende a tutti gli Stati Uniti.

E l’Italia?

In un articolo pubblicato da Il Post sul movimento Occupy Wall Street e sulle possibilità per i movimenti popolari di influenzare la vita politica e pubblica di un Paese, viene citato il direttore della Stampa Mario Calabresi che, intervistato dal New York Times, ha dichiarato:

“Gli italiani sono indignati, ma non abbastanza da andare in piazza invece che al ristorante”.

Una battuta semplificatrice, come d’altronde ammettono gli stessi autori dell’articolo che ampliano quindi l’analisi soffermandosi sul fatto che gli italiani hanno ancora troppo da perdere:

È la nota questione della contraddizione tra la grande crisi profonda e la ricchezza diffusa e superficiale, per cui nessuno che si aggiri per i centri delle città italiane lo direbbe un paese sull’orlo del collasso, e per cui pensiamo che la gente abbia ancora troppe comodità e privilegi per protestare davvero, rischiare, ribellarsi.

Analisi opinabile? Dal mio punto di vista si. Io penso infatti che il principale fattore che impedisce all’Italia come Paese di alzare la voce, non sia tanto la ricchezza superficiale e diffusa, quanto quell’ampio sentimento di rassegnazione che aleggia da Nord a Sud, alimentato per lo più da un panorama politico stagnante, da troppi anni ormai simile ad una palla da biliardo di granito.

Hashtag per seguire le proteste: #occupywallstrett & #globalrevolution

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