Cosa sta succedendo nel Corno d’Africa

20 luglio 2011. L’ONU dichiara ufficialmente la carestia nelle regioni somale di Bakool e di Shabeellaha Hoose. 3 agosto 2011. Le Nazioni Unite estendono l’allarme carestia a tre nuove zone della Somalia: le aree agro-pastorali dei distretti di Balcad e Cadale nel Medio Shabelle e l’ormai “famigerato” corridoio di Afgoye.

Sempre secondo l’ONU, questa emergenza rappresenta la peggiore crisi alimentare in Africa dopo la carestia che aveva colpito la stessa Somalia nel biennio 1991/1992. Si stima che siano oltre tredici milioni le persone coinvolte. Le Nazioni Unite dichiarano una carestia quando viene verificato che in una certa area del mondo un bambino su tre sia malnutrito e che ogni giorno un bambino su 2.500 muoia per la fame.

Il gruppo islamista Al-Shaabab

L’ONU insiste da settimane per avere libero accesso alle zone in carestia, con garanzie per la sicurezza dei propri operatori, come spiega Adrian Edwards, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati: «Abbiamo una presenza molto limitata, compiamo frequenti visite nel paese, ma abbiamo bisogno di un migliore accesso rispetto a quello che abbiamo al momento per poter affrontare un’emergenza di questa portata». Il Programma Alimentare dell’ONU vuole portare cibo e rifornimenti a un milione e mezzo di persone, ma al momento a causa delle scarse condizioni di sicurezza stima che almeno un milione di somali siano tagliati fuori dagli aiuti.

Per le associazioni umanitarie, lavorare nel Corno d’Africa non è mai stato facile. Dal 2009 l’organizzazione terroristica Al-Shabab, che è vicina ad Al Qaida e controlla buona parte del centro e del sud della Somalia, proibisce alle organizzazioni umanitarie di operare nelle zone sotto il suo controllo, accusandole di essere anti-islamiche.

Fortunatamente martedì 5 luglio Al-Shabab ha deciso di togliere il bando alle organizzazioni che forniscono cibo nelle regioni più colpite da carestia e siccità.

Il corridoio di Afgoye

Con il deteriorarsi della situazione a Mogadiscio, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha notato l’aumento nel numero di sfollati che si rifugiano nel corridoio di Afgooye, a nord-ovest della capitale.

Le condizioni di vita nel corridoio di Afgooye sono estremamente dure. La gente combatte quotidianamente per il cibo e altre necessità primarie, dato che la precaria situazione della sicurezza impedisce alle agenzie umanitarie di accedere alle persone in difficoltà. Qualche aiuto riesce ad arrivare grazie ai partner locali, ma è troppo poco rispetto alle necessità esistenti. Molte persone fanno avanti e indietro da Mogadiscio a proprio rischio in cerca di qualcosa di cui vivere. I servizi di base, come la sanità e l’istruzione, sono scarsi e rudimentali.

La recente ricognizione nel corridoio di Afgooye ha fatto schizzare in alto anche la stima del numero totale di sfollati interni in Somalia fino a 1 milione e 460mila. Decine di migliaia di somali ridotti alla fame hanno cercato nelle ultime settimane di spostarsi in Kenya ed Etiopia, dove la situazione è al momento meno grave e sotto controllo.

Il campo profughi di Dadaab

Il campo profughi di Dadaab si trova nel nord-est del Kenya ed è uno dei più grandi al mondo: è attrezzato per ospitare 90.000 persone ma al momento ne accoglie oltre 370.000. Il campo è stato aperto nel 1998, copre una superficie di 50 chilometri quadrati ed è costituito da tre sottocampi più piccoli, quello di Hagadera, di Ifo e di Dagahaley.  È gestito dall’Agenzia dell’ONU per i rifugiati (UNHCR) insieme all’organizzazione umanitaria CARE, con l’aiuto di altre associazioni tra cui Medici senza frontiere. Nel 2008 è stato dichiarato inadeguato ad accogliere nuove persone e l’UNHCR ha iniziato ad ampliare e attrezzare il campo profughi di Ifo II, che si trova a dieci chilometri di distanza da Dadaab.

Un aiuto concreto

Se volete aiutare la popolazione somala ad affrontare questa crisi umanitaria potete fare una donazione direttamente all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati attraverso questa pagina, oppure all’ong AGIRE che opera da anni in Somalia attraverso sei organizzazioni umanitarie tra le quali Save The Children.

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