Le fasi del sonno

Fase Rem

L’occhio della telecamera scala velocemente la collina al centro di Rio de Janeiro catturando parte della comunidade di Santa Marta, la cosiddetta “favela arcobaleno”. Un agente speciale dell’FBI, la cui stazza si aggira intorno ai 120 chili, sta guidando un gruppo di superpoliziotti armati fino ai denti tra gli stretti vicoli della favela finché una banda di criminali quattro volte più numerosa non interrompe loro la gita fuori porta. Ecco quindi che tra i due contendenti scatta un duello onirico per il trono di chi ce l’ha più grosso. I fucili d’assalto M4 degli yankees hanno la meglio. Segue poi un rocambolesco inseguimento sui tetti della favela brasiliana. Muri spezzati come grissini da quella testa dura del capitano; mitragliatrici che ballano sontuosamente liberando nell’aria la loro potenza di fuoco e infine la riuscita quanto scontata fuga dei due piloti di automobili più famosi degli Stati Uniti, e ora anche dell’America Latina, con fidanzata al seguito, incinta per di più.

Sto parlando di Fast Five, il quinto capitolo della saga Fast and Furious dove l’intrepido Dominic Toretto (Vin Diesel) e il belloccio Brian O’Connor (Paul Walker), con l’aiuto della “famiglia”, sfidano e alla fine battono sul piano dell’astuzia e del coraggio il boss della malavita di Rio, Hernas Reyes.

Ammetto di essermi perso il terzo e il quarto capitolo della saga – il regista Justin Lin non me ne voglia male – ma le aspettative sul quinto capitolo direi che sono state del tutto rispettate. Non voglio certo criticare il film. Credo che dalla pellicola non ci si potesse aspettare nulla di diverso da quello che Lin ci ha mostrato, anche se il messaggio “la famiglia prima di tutto” e “la vita è breve ed è quindi giusto spingere l’acceleratore al massimo” sono stati a dir poco inflazionati in questo ennesimo, ma non ultimo – le immagini finali ci lasciano intendere che ci sarà un sequel – capitolo della serie americana da 1 miliardo e 500 milioni di dollari di box office.

La Veglia

Sotto il sottile strato di plastica nera un viso tumefatto e sanguinante avvolge l’obiettivo della macchina da presa. Nero è anche il colore della divisa del capitano Roberto Nascimento e dei suoi uomini. Il ragazzo la cui testa è cinta da un sacchetto dell’immondizia è uno spacciatore. Uno fra le centinaia di ragazzi affiliati alle gang che armate di pistole e fucili d’assalto dettano legge nelle oltre 700 favelas di Rio de Janeiro. Una chiamata alla radio avvisa la squadra in nero che due poliziotti sono in pericolo di vita, bloccati nella favela e braccati da una ventina di uomini armati. Nascimento è costretto a mettere fine al tentativo di estorcere qualche informazione al giovane spacciatore. Fine dell’interrogatorio. Fine dei giochi. Un proiettile calibro 9mm fa calare il sipario.

Cruda e realistica, come tutta la pellicola d’altra parte, quella che vi ho appena descritto è una scena di Tropa de Elite. Gli squadroni della morte, un film brasiliano del 2007, diretto da José Padilha, Orso d’oro al Festival del cinema di Berlino. La pellicola racconta la storia del capitano Roberto Nascimento, comandante del Bope, la squadra speciale di 100 uomini nata a Rio per combattere i narcotrafficanti nelle favelas e impedire che la polizia comune, corrotta fino al midollo, lasci la città in balìa di se stessa.

Ho visto questo film per la prima volta circa un anno fa. La sceneggiatura e la regia mi sono piaciute fin da subito. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è la forza con cui questo film ti obbliga a riflettere sui temi della povertà, della droga, della violenza e delle loro possibili soluzioni. Già, perché Padilha, nella sua dura critica al sistema, ce ne ha una per tutti, persino per le Ong, che per aiutare i bambini poveri scendono a compromessi con i narcotrafficanti. La condanna più campale è riservata comunque a quei “borghesucci bianchi” della Rio bene, consumatori per noia di coca e marijuana, dipinti dunque quali veri responsabili della crescita del traffico di droga nei sobborghi poverissimi.

Scritto sulla base di testimonianze reali di ex-poliziotti e psicologi, Tropa de Elite ha suscitato non poche polemiche, soprattutto in patria. Il grande successo di pubblico e di incassi ha comunque portato alla produzione di un secondo film Tropa de Elite 2, uscito in Brasile a ottobre 2010.

Il risveglio

Alcuni mezzi blindati si fanno largo tra le strade dissestate. Ottocento uomini della polizia militare e dell’esercito, armati con fucili d’assalto e pistole, occupano una delle più grandi favelas di Rio de Janeiro.

Nessuna macchina da presa. Nessun film. Siamo giunti qui alla realtà. Chiudo infatti questo articolo con le immagini dell’operazione di polizia, organizzata dalle autorità militari brasiliane per contrastare il crimine in vista del Mondiale di calcio del 2014 e delle Olimpiadi del 2016, conclusasi non molte ore fa.

 

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